La Chioccia dai pulcini d’oro: anche a Corazzo veniva raccontata.

Nel corso dei secoli intorno all’abbazia di Santa Maria di Corazzo (Carlopoli – CZ) si sono formati e sono sorti numerosi racconti leggendari. Tra questi ve n’è uno decisamente interessante e importante: “la chioccia dai pulcini d’oro”.  Si narra che, in determinati e precisi giorni dell’anno, coloro che hanno la fortuna di vedere questa gallina con i suoi pulcini a seguito, di seguirla e di superare durissime prove, avranno la possibilità di trovare il tesoro nascosto, dai monaci, nei cunicoli e negli angoli più nascosti del monastero.

Questa storia ha origini molto antiche, trova riscontro ed è comune in diversi centri della penisola italiana, da nord a sud. A Pietrabbondante, in provincia di Isernia, gli anziani parlano di una chioccia dai pulcini d’oro nascosta in un punto di un lunghissimo cunicolo, che parte dalla zona archeologica della cittadina e raggiunge la sommità del Monte Caraceno. A Norma (LT) tra le tortuose gallerie sotterranee dell’Antica Norba si troverebbe nascosto un tesoro d’inestimabile valore composto da gemme preziose e da una chioccia con pulcini d’oro di rara bellezza. A Manduria la “òccula e li puricini ti oru”, forse di origine greca o alessandrina, fu sottratta alla città di Taranto e nascosta in un luogo sconosciuto. Le somiglianze con la storia di Corazzo sono evidenti e tutte sembrano avere un comune denominatore.

Tra le prime testimonianze letterarie troviamo un passo di grande interesse tratto dalla Naturalis Historia (XXXVI.19.91-93) di Plinio il Vecchio il quale fa riferimento alla città di Chiusi (SI) e ad un imponente sepolcro in cui si narra sia stato sepolto il condottiero etrusco Porsenna, e sotto al quale si sarebbe articolato un labirinto molto complesso. “E ora conviene parlare del [labirinto] italico, che fece per sé Porsenna, re dell’Etruria, per sepolcro, e allo stesso tempo affinché fosse superata la vanità dei re stranieri anche dagli Italici. […] Fu sepolto sotto la città di Chiusi, nel qual luogo lasciò un monumento quadrato in pietra squadrata, ciascun lato largo 300 piedi e alto 50. In questa base quadrata c’è all’interno un labirinto inestricabile, dove se qualcuno vi entrasse senza un gomitolo di lino, non potrebbe trovare l’uscita”. Ancora oggi, secondo il mito, le spoglie dell’eroe riposerebbero al centro del dedalo, adagiate su un cocchio d’oro trainato da dodici cavalli e vegliato da una chioccia con cinquemila pulcini anch’essi in oro.

La leggenda potrebbe poi essersi ampiamente sviluppata durante il periodo longobardo e grazie alla loro espansione nella penisola, aver avuto, in seguito, una propria contaminazione culturale. È risaputo, infatti, che tra i soggetti principali dell’oreficeria longobarda vi erano prevalentemente figure di animali stilizzati. Molto famoso è il gruppo scultoreo “Chioccia con i pulcini” in argento dorato e gemme, conservato al Museo e Tesoro del Duomo di Monza, appartenuto alla regina Teodolinda (regina dei Longobardi e regina d’Italia dal 589 al 616) e rinvenuto nella sua primitiva sepoltura. Presso i Bavari, popolazione germanica dell’odierna Baviera da cui Teodolinda proveniva, questo tema era considerato il simbolo del rinascere della vita. In ambito cristiano, invece, la chioccia rappresenterebbe la Chiesa come madre protettrice dei suoi fedeli.

Questo racconto, che è riuscito a resistere nel corso dei secoli, lasciando comunque ancora irrisolti molti dubbi, a mio avviso, ha portato con se diverse costanti: la protagonista, ovvero la chioccia dai pulcini d’oro, la presenza di un rudere, di un monumento o di una città antica, qualcosa di prezioso, di unico da proteggere; uno schema ricorrente, rilevante, allegorico, magico che nasconde un messaggio importante: forse, appunto, la metafora stessa della vita.

Per approfondire:

J. Jarnut, Storia dei Longobardi, Piccola Biblioteca Einaudi, 2002.

C. Azzara, I Longobardi, Il Mulino, 2015.

M. Montanari, Storia Medievale, Laterza, 2002.

D. Balestri, Porsenna, Kimerik, 2019.

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