La Calabria terra di fiumi e sorgenti: la leggenda delle Ninfa Arocha.

La Calabria dal punto di vista geomorfologico è caratterizzata dalla ricca presenza di percorsi d’acqua, fiumi e sorgenti, ma anche di boschi, montagne e foreste. Spesso, soprattutto in ambito greco, associati a loro, vi erano le Ninfe: divinità di tutte le acque correnti e la loro bellezza era incommensurabile. Le più celebri sono le sorelle di Teti, le Nereidi o le Oceanidi come le chiamava Esiodo.

 

È di particolare interesse un passo dell’Odissea di Omero (13: 102-112) nel quale il poeta descrive l’antro delle ninfe un luogo nei pressi del porto di Itaca sacro a loro “In capo al porto vi è un olivo dalle ampie foglie: vicino è un antro amabile, oscuro, sacro alle Ninfe chiamate Naiadi; in esso sono crateri e anfore di pietra; lì le api ripongono il miele. E vi sono alti telai di pietra, dove le Ninfe tessono manti purpurei, meraviglia a vedersi; qui scorrono acque perenni; due porte vi sono, una, volta a Borea, è la discesa degli uomini, l’altra, invece, che si volge a Noto, è per gli dèi e non la varcano gli uomini, ma è il cammino degli immortali”.

Spesso al mito delle Ninfe venivano affiancate delle figure maschili grossolane, rozze e maleducate in cerca di avventure amorose e frequentemente questo sentimento, mai ricambiato, sfociava in azioni di eccessiva aggressività e violenza.

“Al sacro fonte in guardia Ninfa dell’antro io sono, e di quest’acque limpide placida dormo al suono. Il sonno mio non rompere, va lento per la cava, e ti disseta tacito, o tacito ti lava”.

Una di loro si chiamava Arocha, apparteneva al coro di Artemide, bellissima e splendente, era figlia del Crati e del Targine, conduceva una vita libera, audace, selvatica e si dedicava esclusivamente alla caccia. Un giorno, però, mentre si lavava ad una fonte, con grazia e delicatezza, fu intravista da un rozzo e sporco pastore di nome Petraro che per lei perse completamente la testa.  Quest’ultimo passò delle notti insonni, agitate, pensando esclusivamente a quel leggiadro corpo femminile che si era offerto alla sua vista. Facendosi coraggio Petraro più volte si avvicino alla ninfa dichiarando il suo amore, cercando di farle capire i suoi sentimenti, ma lei imperterrita non lo degnò mai di uno sguardo. Dopo ore di delirio incontrollabile, il pastore, offuscato dall’ira per l’ennesimo rifiuto, abusò violentemente di lei e fuggì nei boschi. Arocha, umiliata e offesa, si rinchiuse nel suo dolore. Versò lacrime amare, pianse per giorni e neanche la altre Ninfe riuscirono a consolarla, nemmeno la stessa Artemide.

Il dio Sole che controllava tutto dall’alto, impietosito, decise di tramutare Arocha in fiume (secondo alcuni studiosi l’attuale Corace, secondo altri il fiume Crocchio entrambi sfociano nel golfo di Squillace)  e si mise sulla tracce del violentatore. Petraro si nascose per giorni nella selva ma il dio Sole, con i suoi dardi infuocati, lo portò allo scoperto e lo fece bersaglio di un fitto lancio di pietre fino a seppellirlo vivo.

Oggi esiste una località di nome Petraro nei pressi di Tiriolo, piccolo comune in provincia di Catanzaro, e si narra che il pastore, il quale ha dato il nome a tutta l’area,  ancora sia seppellito nel luogo della sua morte.

Per approfondire:

Porfirio, L’ Antro delle Ninfe, L. Simonini (a cura di), Adelphi, 2006.

E. Lippolis, G. Rocco, Archeologia greca. Cultura, società, politica e produzione, Mondadori, 2011.

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